Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Un teatro eco-acustico altamente tecnologico per un’esperienza 3D in ecosistemi in via di estinzione

David Monacchi, Borneo

 

Negli ultimi cinquanta anni la deforestazione ed il riscaldamento globale hanno portato alla scomparsa di quasi il 60% degli ecosistemi terrestri. Un inestimabile patrimonio acustico ambientale sta rapidamente scomparendo sotto i colpi di quest’incessante deforestazione.

Per David Monacchi, di Urbino, ricercatore, compositore, sound artist e docente di Musica Elettroacustica presso il Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro, la complessità sonora di tali habitat in via di estinzione va salvaguardata e tutelata in nome dell’eccezionale biodiversità che essa rappresenta. Non potendo però arrestare il fenomeno della deforestazione che, inevitabilmente, determinerà la scomparsa di tali unicità sonore, Monacchi ha quindi ideato quindici anni fa il progetto “Fragments of Extinction” (“Frammenti di estinzione”) che esplora l’ambiente sonoro degli ecosistemi equatoriali nelle ultime aree incontaminate del pianeta, soprattutto in Amazzonia, Africa e Borneo, proprio allo scopo di fissare per sempre, registrandolo con strumenti altamente tecnologici, questo straordinario patrimonio bio-acustico.

Il prototipo di un teatro eco-acustico, attualmente in fase di brevetto internazionale, rappresenta un ulteriore importante sviluppo ed articolazione del progetto “Fragments of Extinction”. Ideato dallo stesso Monacchi con l’obiettivo di dar forma ad un luogo altamente innovativo e tecnologico, il teatro è stato progettato per far vivere agli spettatori, grazie ad un’esperienza immersiva e 3D resa possibile da una puntuale ricostruzione virtuale degli habitat originali, l’emozione dell’ascolto di questi lontani e straordinari paesaggi sonori in via di estinzione.

 

Lei si definisce un compositore eco-acustico. Ci potrebbe spiegare meglio di che cosa si occupa l’eco-acustica e cosa fa un compositore eco-acustico?

L’eco-acustica rappresenta in qualche modo una filiazione del campo di studi della bio-acustica e si occupa più specificamente di indagare le relazioni presenti all’interno degli ecosistemi, da un punto di vista ecologico. L’eco-acustica non va confusa con la cosiddetta “ecologia acustica” la quale studia sì le relazioni tra i suoni di un determinato ambiente a 360°, ma con un approccio più legato alle humanities. L’eco-acustica mira quindi a fare un passo in avanti rispetto ai tradizionali studi scientifici legati alla biologia e all’acustica degli ambienti naturali. Il compositore eco-acustico è colui che, ponendosi all’interno di questo che sta sempre più diventando un settore di ricerca scientifica, tenta di capire cosa succede nella complessità degli habitat naturali primari e lavora soprattutto con le relazioni presenti all’interno di tali ecosistemi. La composizione eco-acustica rappresenta quindi quell’agire creativo contraddistinto, però, da un forte imprinting scientifico di studio analitico sugli ecosistemi.

Come e quando è nata esattamente l’idea del progetto “Fragments of Extinction”?

Negli anni novanta, a fianco dell’attività di esecutore e polistrumentista, ho iniziato ad occuparmi anche dello studio dei paesaggi sonori. Tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila ho avvertito quindi l’esigenza di declinare la mia attività artistico-creativa e di ricerca sul campo con una tematica che in quegli anni iniziava a diventare sempre più pressante e forte: la tematica dell’estinzione. Ecco che nel 2001 nasce il progetto “Fragments of Extinction” proprio con l’obiettivo di andare ad indagare la complessità sonora del patrimonio acustico degli ecosistemi equatoriali nelle ultime aree incontaminate del pianeta, creando al contempo consapevolezza pubblica sul tema di quella che è stata definita come la sesta estinzione di massa attraverso un mezzo molto più efficace di un documentario naturalistico che è appunto quello dell’arte, della musica che, grazie all’innovazione tecnologica, porta il pubblico di fronte ad un qualcosa di mai ascoltato in una perifonia 3D. Dopo un primo viaggio in Amazzonia nel 2002, reso possibile anche grazie al prezioso supporto logistico ed organizzativo fornito da Greenpeace, è partito poi un progetto più ampio ed articolato volto a registrare frammenti sonori in questi luoghi remoti, principalmente in Amazzonia, Africa e Borneo, con altissime tecnologie sonore.

A questo proposito, quali sono le tecnologie da Lei attualmente adottate per le registrazioni dei paesaggi sonori equatoriali?

Le tecnologie che utilizzo attualmente fanno capo alle tecniche spazio-conservative che sono quelle che ci permettono di ascoltare non solo il suono così come lo sentiamo attraverso un microfono stereofonico, che è quello che utilizziamo normalmente per registrare e riprodurre poi la nostra musica, ma che sono anche in grado di cogliere l’intera sfera sonora, quindi la provenienza di tutti i suoni, di tutti i linguaggi, di tutti gli individui di ogni specie che vocalizzano in un medesimo habitat.

Qual è stata l’evoluzione della strumentazione da Lei utilizzata?

Ho iniziato con le tecnologie standard stereofoniche. Il primo viaggio in Amazzonia è stato fatto con tecnologie standard di altissima qualità, tecnologie solitamente usate per la registrazione di dischi di musica classica quindi microfoni molto sensibili. Nel tempo ho poi sviluppato tecnologie di ripresa sempre più sofisticate e multicanale, appunto allo scopo di fare uno storing dell’informazione spaziale. Quello che sente un ascoltatore in una foresta è infatti un qualcosa di estremamente complesso che proviene dall’intera sfera acustica intorno a lui o, nel nostro caso, ad un microfono. L’idea di questo progetto è proprio quella di mettere in campo delle registrazioni, o meglio, delle riprese microfoniche, capaci di lavorare con la conservazione dell’intera prospettiva acustica di un ecosistema. Bisogna però dire che riuscire a conservare quest’informazione di provenienza, prospettiva, distanza e dimensione delle sorgenti sonore non è affatto semplice, soprattutto in foreste con condizioni ambientali estremamente svantaggiose per strumentazioni così delicate. Nonostante ciò, nel tempo ho raffinato sempre di più tali tecnologie, adattando le stesse anche ai difficili ambienti di registrazione, fino a realizzare riprese microfoniche sempre più definite dal punto di vista frequenziale, temporale e spaziale. Adesso riesco a portare a casa il 90% del reale materiale sonoro presente in quegli ambienti così remoti.

Ecco che, per rendere giustizia a suoni così accuratamente registrati e ricchi, è stato necessario creare un teatro speciale: un teatro eco-acustico. Ce ne può parlare meglio?

Il teatro eco-acustico è una struttura semi-sferica adatta all’ascolto di ricostruzioni 3D di soundscapes naturali e di composizioni eco-acustiche. È uno spazio che ottimizza quindi l’ascolto perifonico del suono, attraverso il posizionamento di un numero elevato di altoparlanti, in geometria sferica intorno al pubblico. Il pubblico si trova quindi ad essere al centro di un sistema di riproduzione sonora con altoparlanti equidistanti da questo centro e posizionati in questa sfera intorno, sfera ideale ma anche reale e materiale nel caso del teatro eco-acustico. Il teatro è quindi in grado di riprodurre con un altissimo grado di definizione timbrica e anche spaziale l’intero ambiente sonoro così come lo si ascolterebbe se ci si trovasse in foresta, per tutte le sue caratteristiche di direzione dei suoni, di prospettiva, di grandezza e di interrelazione tra i vari suoni. Il teatro eco-acustico è stato da me ideato allo scopo di portare al grande pubblico, non solo quello degli addetti ai lavori della biologia, dell’ecologia, della conservation biology, ma anche ad un pubblico della musica, dell’arte, ad un pubblico ampio dei musei della scienza e di storia naturale, ad un pubblico normale, frammenti di questi mondi sonori che si stanno degradando ed estinguendo. Questo progetto può essere quindi declinato sia come un lavoro di conservazione di habitat sonori in via di estinzione, sia come ascolto informato con una funzione più educativa, più didattica e più esplorativa di questi ecosistemi, sia come una vera e propria interazione artistica con questi ecosistemi. Il tutto per esporre il pubblico davanti ad un fenomeno complesso che è appunto quello dell’immersività, dell’ascolto di questi suoni inalterati così come si trovano in foreste, in 3D, della spiegazione di questi ecosistemi e della loro possibile integrazione dal punto di vista artistico. Quello che registriamo oggi non sarà possibile sentirlo tra qualche decina di anni. Il teatro eco-acustico diventa quindi uno spazio all’interno del quale portare il grande pubblico virtualmente dentro i luoghi più antichi ed incontaminati del nostro mondo, dal punto di vista ecologico. 

Potrebbe descriverci più approfonditamente la struttura del teatro eco-acustico?

Il teatro è un dispositivo totalmente scalabile e mobile.  Il prototipo del teatro eco-acustico da me brevettato è composto da una struttura metallica che sostiene una copertura esterna fonoimpedente e pannelli interni fonoassorbenti. Il teatro presenta al suo interno spalti a gradoni di cilindri concentrici ed uno schermo anulare disposto in modo da girare tutt’intorno agli spalti. Come detto, il teatro propone inoltre intorno al pubblico un array, un insieme sferico di altoparlanti che stanno sulla superficie di una sfera, quindi equidistanti da un centro. Questo centro, nelle tecnologie che stiamo utilizzando, è abbastanza largo quindi lo sweet spot, ovvero il luogo dove l’illusione tridimensionale accade e dove il campo sonoro si ricostruisce, è abbastanza ampio da contenere un certo numero di ascoltatori che al momento è piuttosto alto. Dentro al teatro sono infine presenti dei proiettori che proiettano sullo schermo anulare che corre a 360° intorno al pubblico uno spettrogramma di quello che il pubblico sta ascoltando.

Quali sono le differenti tipologie di esperienze che il pubblico può vivere all’interno del teatro eco-acustico?

In virtù delle sue caratteristiche e della sua modularità, il dispositivo del teatro eco-acustico si presta a tre tipologie specifiche di esperienze: una più immersiva, una più educativa ed un’altra più creativa. Nel primo caso, il pubblico seduto sugli spalti è rivolto verso un palcoscenico che non esiste, verso il vuoto. Il buio assoluto nel quale si svolge questo tipo di esperienza suggerisce al pubblico di chiudere gli occhi per vivere appieno l’emozione dell’immersività dell’ascolto di questi straordinari paesaggi sonori. Il secondo tipo di esperienza prevede invece che il pubblico sia sollecitato a guardare lo spettrogramma proiettato sullo schermo anulare che corre intorno a lui e che descrive analiticamente la struttura dei suoni che si stanno ascoltando. In questo caso, si tratta di un tipo di esperienza più educativo e volto alla comprensione dei suoni degli ecosistemi. Il terzo aspetto, più creativo ed integrativo e per questo maggiormente adatto a contesti inaugurativi, è quello dove uno strumentista elettroacustico si inserisce tramite specifico software nelle nicchie sonore dell’ecosistema più adatte all’intervento strumentale-performativo. Dei sensori ad infrarossi captano i movimenti delle mani dell’esecutore e mappano questi dati su un sintetizzatore software realizzato ad hoc, il quale genera un suono che viene amplificato durante l’ascolto dell’ecosistema. Il pubblico si trova quindi di fronte ad uno strumento evanescente, completamente effimero ma capace di intervenire, grazie alla sua elevatissima tecnologia, negli ecosistemi più antichi del pianeta.

Lo scorso giugno, in occasione dell’ECSITE, ovvero la conferenza annuale del network europeo dei musei della scienza, il quartiere Le Albere di Trento ha ospitato l’anteprima del progetto “Fragments of Extincion – The Intelligent Sound of Ecosystems” (“Frammenti di estinzione – L’Intelligenza Sonora degli Ecosistemi”), ideato e diretto da Lei e realizzato in collaborazione con il MUSE – Museo della Scienza di Trento. Qual è stata la risposta degli operatori museali e del pubblico?

In occasione dell’ECSITE ho appunto introdotto ufficialmente il progetto “Fragments of Extinction” nel mondo dei musei della scienza e ho presentato il teatro eco-acustico in un prototipo dimostrativo mobile. Ritengo infatti che il teatro eco-acustico abbia un enorme potenziale divulgativo ed educativo che i musei della scienza potrebbero cogliere per diffondere tra il pubblico una maggiore consapevolezza sui temi della sesta estinzione e della crisi della biodiversità. Il pubblico ha potuto quindi visitare in anteprima questa esibizione e ha avuto modo di vivere l’esperienza del teatro eco-acustico, declinata secondo tutti e tre gli approcci di cui abbiamo parlato prima, quindi immersivo, educativo e creativo. La reazione del pubblico comune è andata al di là di ogni aspettativa. Gli stessi operatori del MUSE hanno apprezzato davvero molto quest’esperienza e sono rimasti estremamente colpiti da questo approccio interdisciplinare al racconto della bellezza, dell’equilibrio, della preziosità e della complessità sistemica di questi habitat. È stato un vero successo tanto che abbiamo già aperto delle trattative con alcuni musei del nord Europa. In particolare, con un museo danese stiamo immaginando una versione del teatro semi-stabile per sei mesi, da inaugurare ad inizio del 2016, che costituirà quindi la prima installazione del teatro eco-acustico in un museo della scienza.

E in Italia?

No, purtroppo da noi non ci sono trattative in atto o progettualità aperte. Diciamo che si può fare un’esperienza di ascolto simile al Conservatorio Rossini di Pesaro, ma non si tratta di un’esperienza completa. Lo SPACE del Conservatorio, il Soundscape Projection Ambisonic Control Engine, è la sala di controllo e rappresenta lo studio di post-produzione del progetto “Fragments of Extinction”, però non è il teatro eco-acustico.

Proiettandoci verso il futuro, pensa possano esserci dei margini di miglioramento delle tecnologie adottate?

Certamente. Ogni volta che si fa qualcosa, che si costruisce, si va sempre avanti. Anche con il prototipo abbiamo capito molte cose in più ed ogni volta che si va a registrare sul campo si capiscono altre cose. È un campo in continua evoluzione. Come sempre, per fare un piccolo passo devi spendere tanta energia. Noi siamo già ad un ottimo livello, ma per migliorare ancora quel 10%, dovremo impiegare ancora tante energie di ricerca.

Quali sono i prossimi obiettivi del teatro eco-acustico?

Collaborazioni con musei della scienza, musei di storia naturale e musei di arte contemporanea. Vorremmo infatti capire se ci può essere un’adattabilità anche verso quest’ultima tipologia di musei.

Per concludere, quali i Suoi prossimi viaggi in programma alla scoperta di patrimoni sonori incontaminati?

Andremo in Amazzonia, in uno dei luoghi che è stato definito avere la biodiversità tra le più alte del pianeta. Questo luogo si trova sopra un giacimento petrolifero molto grande e verrà molto presto degradato. Sicuramente dal punto di vista acustico stanno già succedendo delle cose. Noi cerchiamo di andarci prima della sua irreversibile distruzione.

 

Ora procuratevi un paio di buone cuffie, prendetevi del tempo per voi stessi, selezionate qui quale esperienza sonora volete fare, chiudete gli occhi ed abbandonatevi all’ascolto di qualcosa di davvero straordinario.